Ti è servita la fisioterapia?

Vi siete mai chiesti perché un trattamento fisioterapico (o un qualsiasi altro tipo di trattamento nel quale vi vengono messe “le mani addosso”) ha funzionato? Io me lo domando ogni volta che tratto un paziente. Le risposte plausibili sono numerose. Le certezze pochissime, anche quando apparentemente tutto sembra seguire il filo del ragionamento che sta alla base del mio intervento.

Se anche voi avete qualche dubbio quando subite le “stregonerie” di fisioterapisti, osteopati, chiropratici, shiatsuka, pranoterapeuti, chinesiologi, posturologi e chi più ne ha più ne metta, date una letta a questo interessante articolo. Come professionista della salute, convinto che tanta parte del nostro benessere dipenda dai meccanismi messi in atto dal nostro sistema nervoso, mi ci ritrovo parecchio.

Sull’importanza di sapere perché un trattamento funziona

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Perché esattamente ci si sente bene dopo un massaggio? E dopo una seduta di agopuntura? E dopo uno scarico con il foam roller? Oppure dopo una manipolazione di un chiropratico, l’applicazione di un tape, una mobilizzazione passiva, una sessione di stretching degli ischio-crurali?

Risposte adeguate a queste domande ci sono, ma la cosa interessante (è ciò che più mi preme sottolineare in questo post) è che spesso il terapista non le conosce. O peggio, non gli interessano! O magari ne è a conoscenza, ma preferisce risposte alternative, meno plausibili dal punto di vista delle più recenti acquisizioni scientifiche.

Parlando di “cattive” risposte: il foam roller con tutta probabilità non ha la capacità di rompere aderenze o allentare le tensioni della fascia. Le manipolazioni del chiropratico non rimettono a posto articolazioni sublussate. Il massaggio profondo non elimina le tossine o i “nodi muscolari”. Con l’agopuntura non si accede a speciali punti sui meridiani – posizionare gli aghi in posizioni a caso funziona ugualmente. Alcuni interventi di chirurgia “placebo” funzionano allo stesso modo di quella reale. Esercizi per il controllo motorio spesso funzionano nella riduzione del dolore, sebbene non producano alcun cambiamento del controllo motorio.

Con quanto scritto pocanzi non vogliamo intendere che questi trattamenti non funzionino per far sentire meglio un persona. E non vogliamo nemmeno affermare che tutto questo ha solo un effetto placebo (parola con un significato non chiaro, che ha la capacità di creare solo molta confusione). Ciò che vogliamo sottolineare è che non funzionano secondo i presupposti che vengono enunciati dai terapisti.

In generale, i terapisti hanno una forte inclinazione a credere che, con le loro azioni, stiano sistemando qualcosa nei tessuti [fixing “issues in the tissues”]. E tendono invece ad ignorare problematiche correlate a sistemi del corpo più complessi (nervoso, immunitario, autonomico), spesso più sensibili anche a stimoli meno invasivi di quelli che si applicano nella normale pratica clinica e molto più influenti sul movimento e sulla percezione del dolore. Forse questo accade perché questi sistemi sono meno visibili, o tangibili, o semplicemente perché il terapista non ne conosce il funzionamento perché non hanno fatto parte della propria formazione.

Ho una formazione come Rolfer e mi è stato insegnato che il Rolfing è efficace perché modifica le caratteristiche della fascia. Quando i miei pazienti scendono dal lettino e affermano che si sentono più alti, più sciolti, o che il dolore si è ridotto, considero questi effetti come conseguenza di un cambiamento della fascia.

Dopo aver fatto delle ricerche sulla deformabilità della fascia in risposta alla pressione manuale, ho deciso che questa non era una spiegazione sufficiente. Più adeguata è l’osservazione che il sistema nervoso corregge costantemente la tensione muscolare, gli schemi di movimento, la percezione e la sensibilità al dolore in risposta a nuovi stimoli, inclusi quelli determinati da un azione sul corpo.

Ovviamente è una brutta notizia venire a sapere che uno dei presupposti centrali della tua formazione non è corretto. Ma la buona notizia è che questo non significa che i pazienti non possono essere aiutati con quel trattamento. E’ una questione completamente diversa. Così la mia reazione è stata: Ok, la fascia non c’entra, ma ciò non vuol dire che non posso aiutare chi si rivolge a me.

Tuttavia, per molti Rolfer deve per forza avere a che fare con la fascia. E per i chiropratici deve necessariamente essere una sublussazione, e per il maestro Reiki deve per forza riguardare l’energia, e per altri ancora non può che dipendere dalla postura, dal core, da un disequilibrio muscolare o da schemi motori errati.

E ovviamente molti altri affermeranno: “Non mi interessa perché il trattamento funziona, so solo che funziona e non mi interessa altro”.

Ecco tre ragioni per occuparsi seriamente dei meccanismi che fanno funzionare un trattamento:

Se conosci il motivo che fa funzionare una cosa, la puoi far funzionare anche meglio

Questo dovrebbe essere ovvio. Se sai dove sta l’obiettivo, è più facile fare centro.

Mettiamo che il massaggio o lo stretching permettano di migliorare l’escursione articolare facendo rilassare i muscoli (abbastanza ragionevole come affermazione. E soprattutto supportata dall’evidenza).

Ma se crediamo che questi strumenti funzionano perché rompono aderenze con la forza meccanica o allungano materialmente i tessuti rischiamo di non notare se il paziente è rilassato o meno.

Quando lavoro su una qualsiasi struttura chiedo sempre quale sia la sensazione che il paziente prova. Questa è una tipica risposta di un paziente convinto che tutto dipenda dalla fascia: “Non ti preoccupare, ho un’elevata soglia del dolore. Fa’ quello che devi fare”.

E io penso: “Bè, ho bisogno di sapere come ti senti perché questo è uno degli obiettivi del mio lavoro”. Ma se il mio obiettivo è rilasciare la fascia o un nodo muscolare poco mi interessa ciò che sente il paziente. E il mio lavoro non sarebbe così efficace.

Conseguenze impreviste

Immaginiamo una persona con dolore cervicale. Va dal chiropratico, gli viene detto che il collo non è al suo posto. Con una manovra ed un crack il collo torna al suo posto. La persona si sente subito meglio. Che problema c’è a pensare che il sollievo dal dolore proviene da una qualche forma di “riallineamento”?

Nel breve periodo forse non ci sono problemi. ma le false convinzioni possono portare nel lungo periodo a problemi più gravi del beneficio immediato.

Mettiamo che il dolore al collo si ripresenti. Il cliente crede che il suo collo sia di nuovo fuori posto e che ha bisogno di un nuovo crack. Lascia perdere altre soluzioni potenziali come l’esercizio, il riposo, una movimentazione più dolce. Se il dolore al collo persiste, può sviluppare una patologica convinzione che il suo collo è fragile e instabile. Ciò può produrre un effetto nocebo, provocando così una esacerbazione del dolore e una limitazione del movimento.

Ho visto molti clienti sviluppare giudizi errati come questo, e questo è costato loro tempo, denaro, ansia e confusione.

E non parlo solo dei pazienti dei chiropratici.

Ho visto praticanti yoga che passano tutto il tempo a fare stretching; amanti del Pilates continuamente a stabilizzare; patiti dell’esercizio correttivo alla ricerca di disequilibri muscolari microscopici; fan della mobilizzazione non fare altro, come se le loro articolazioni avessero bisogno di una continua lubrificazione del liquido sinoviale, o dovessero irrigidirsi dopo solo alcuni minuti di immobilità. La ruggine non dorme mai!

Tutti questi esasperati comportamenti sono la conseguenza di false convinzioni sulla ragione per la quale certi trattamenti hanno funzionato per quel soggetto nel passato. Convinzioni che nascono dall’idea di aver sistemato qualcosa nei tessuti e non dall’aver modificato la sensibilità del sistema nervoso.

Sono convinto che false credenze, non importa quanto piccole, sono come dei virus – si moltiplicano, passano ad altri, mutano e posso alla fine essere causa di malattie. Quindi, non diffondetele!

La verità conta

La verità ha un valore intrinseco, anche quando la sua applicazione pratica non è immediatamente palese. La conoscenza è sempre poderosa – per il terapista, per i clienti, per la comunità.

Non conosciamo ancora con esattezza le cause del dolore cronico e il modo migliore per affrontarlo. Anche se non abbiamo ancora sviluppato conoscenze adeguate per affrontarlo, ciò non significa che è inutile saperne di più. Ogni passo che ci allontana dalla disinformazione e dalla confusione è un passo nella direzione della verità.

Facciamocene una ragione: la verità è roba buona, l’ignoranza fa schifo. Ecco alcune citazioni da gente in gamba che lo dimostra:

“Ogni male è causa di una mancanza di conoscenza”. David Deutsch

“Penso sia molto più interessante vivere nell’ignoranza piuttosto che basarsi su risposte che potrebbero essere sbagliate”. Richard Feynman

“Non è quello che non sai che ti mette in pericolo. E’ quello che sai per certo che invece non lo è”. Mark Twain

“La verità ti renderà libero, ma prima di farà incazzare”. Joe Klaas


Three Reasons It Matters Why A Treatment Works è stato originariamente pubblicato su Better Movement, blog di Todd Hargrove, istruttore Feldenkrais e Rolfer con un passato da avvocato, ripostato da Physio Network.

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