Mollare la fisioterapia?

Uno dei grandi dilemmi della professione del fisioterapista oggi è come mantenerla in vita.

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Date le pressioni inesorabili nella direzione di una riforma del sistema sanitario, del taglio dei costi, di una revisione delle prassi, non è facile capire se è meglio sostenere la stabilità, la storia e la sua ormai consolidata cultura, oppure promuovere una nuova e radicalmente diversa immagine della professione.

Dovendoci confrontare con le innovazioni nell’assistenza sanitaria sembrano disperdere le vecchie certezze, è anche difficile capire se la prospettiva ci piace o no.

Immaginiamo, per esempio, che i robot dovessero dimostrarsi più affidabili sul piano manuale dei fisioterapisti, o che un neo-laureato a basso costo potesse occuparsi di fisioterapia respiratoria nel post-operatorio allo stesso livello di un costoso fisioterapista esperto. Sosterremmo questi cambiamenti?

Per taluni aspetti, come mostrato in questo recente “breve studio condotto da un gruppo riabilitativo in una casa di riposo a Nottingham” che “è riuscito a ridurre i tempi di ricovero ospedaliero al 5 per cento”, sembrerebbe un scelta relativamente semplice. Naturalmente è una buona cosa che la permanenza in ospedale possa accorciarsi! Ma forse la decisione è resa più facile dal fatto che questo risultato supporta l’idea che fare fisioterapia è una buona idea. Che la fisioterapia è efficace e necessaria e che i miglioramenti sono conseguenza dello specifico intervento fisioterapico, non un risultato a dispetto della fisioterapia.

Molto più difficile è sostenere interventi che sostituiscono la fisioterapia. Anche quando ottengono risultati migliori. Da questo punto di vista, la fisioterapia è tanto “politica” quanto ogni altro interesse costituito, ed è tutto meno che oggettiva. Molta gente che ha investito tempo e passione nel diventare un fisioterapista si darà da fare per mantenere quanto è stabilito ormai da tempo. Ma questo fa necessariamente l’interesse del paziente, o del servizio sanitario in generale?

La pratica basata sull’evidenza (Evidence Based Practice – EBP) è stata un solido strumento con il quale i fisioterapisti hanno cercato di dimostrare che ciò che fanno ha un valore clinico ma, ironicamente, c’è scarsa evidenza che la EBP stia essa stessa facendo la differenza nella percezione della qualità del nostro lavoro da parti di pazienti, colleghi, datori di lavoro.

Forse la risposta sta nel vedere la differenza fra l’oggettività necessaria a raggiungere le giuste decisioni cliniche e la convinzione del tutto parziale, appassionatamente soggettiva, profondamente convinta che ciò che i fisioterapisti fanno ha importanza e vale la pena essere difesa?

La domanda fondamentale a me appare questa: se fosse nell’interesse del paziente o del sistema sanitario nel suo complesso esautorare i fisioterapisti, lo faremmo?

Questo, fra gli altri temi nelle controversie riguardanti la professione, sembra a me la più grande delle questioni che la professione del fisioterapista deve affrontare oggi.

Dave Nichols, 20 aprile 2017


Should we give up physiotherapy? è stato originariamente pubblicato su Critical Physiotherapy Network, rete internazionale collaborativa di accademici, medici e ricercatori che condividono le proprie competenze nelle scienze mediche, in quelle sociali ed umane per comprendere, mettere in discussione e sviluppare teoria e pratica nella fisioterapia.

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