Fisiolentezza

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La pratica nella fisioterapia è sempre più sottoposta a tempi serrati con meno tempo da dedicare ai clienti, prescrizioni più rigide sul numero di appuntamenti giornalieri e una implacabile pressione per dimostrare efficacia ed efficienza negli interventi.

Una volta i pazienti rimanevano in carico al fisioterapista un tempo sufficiente per permettergli di verificare almeno una parziale remissione o sollievo dalla sintomatologia. Oggi l’enfasi è sul numero minimo di trattamenti utili per garantire una riduzione dei costi sanitari.

Non sostengo vi sia nulla di sbagliato nel principio di efficienza, indipendenza e autonomia di per sé (a dire il vero lo sono, ma ne parlerò in un’altra occasione), e sono consapevole che i lunghi percorsi di cura sperimentati sotto il “vecchio” sistema sanitario erano arcaici. Ciononostante, credo che l’effetto dei cambiamenti in corso porta ad alcune pessime pratiche.

Alcuni fisioterapisti che operano nelle strutture ospedaliere sono così sotto pressione da non avere nemmeno il tempo di valutare i pazienti. Lavorano per assicurarsi che i pazienti possano camminare e “fare” le scale così da poterli far dimettere. Molti medici di base hanno perduto quasi tutta la loro competenza nella decisione clinica e hanno sostituito la loro abilità di valutazione con soluzioni di cura standardizzate ed economiche. Ed ambiti che rappresentavano il pane quotidiano per la fisioterapia sono oggi fuori dal nostro campo d’azione.

“La velocità della luce non solo trasforma il mondo. Diventa il mondo. La globalizzazione è la velocità della luce.” Paul Virilio

La vita del fisioterapista si è tristemente trasformata in una sorta di competizione fra due divinità gemelle, efficacia ed efficienza. E mentre sfiliamo ogni giorno più umanità dal nostro lavoro, è arrivato forse il momento di dire “STOP!” – anche solo per un momento.

In un tempo di crescente pressione lavorativa, la lentezza come movimento (un concetto tipicamente fisioterapico, se la fisioterapia ne ha mai avuto uno!) rappresenta un fenomeno sempre più diffuso, un’oasi di calma momentanea, che può durare un giorno, una sera o anche solo un’ora. Abbiamo una moltitudine di realtà slow: la TV, il cibo, l’educazione, la genitorialità, i viaggi, il cinema… Non ancora, ad oggi, una Fisioterapia slow.

Questo forse è conseguenza del fatto che la fisioterapia è spesso antitesi del movimento slow. Il fisioterapista appare spesso come il professionista che chiede al proprio paziente di andare più veloce, più forte, di essere più tenace, più agile, meno dipendente, più energico, meno passivo… e forse questo è proprio il momento di fermarsi e prendere una pausa, e di pensare quanto questo atteggiamento influenza te, la tua famiglia, i tuoi clienti.

Immagina – anche solo per un breve momento – cosa potrebbe accadere rallentando un po’: vedere un paziente il doppio del tempo, sedersi e parlare con lei/lui; lasciare uno spazio vuoto nell’agenda per respirare e prendere una pausa; seguire la normale routine a mezza velocità; prenderti il tempo per realizzare un lavoro che normalmente ti precipiti a fare; fare solo una cosa e forzarti a focalizzare su di essa, e non essere distratto da un milione di altre priorità.

Un lusso? Indolenza? Fantasie di gente che ha più tempo di quello che sanno come impegnare? Forse. Ma chiedi a te stesso: quanto la tua ossessione per una fisioterapia veloce ed efficiente fa i tuoi interessi?


Slow physiotherapy è stato originariamente pubblicato su Critical Physiotherapy Network, rete internazionale collaborativa di accademici, medici e ricercatori che condividono le proprie competenze nelle scienze mediche, in quelle sociali ed umane per comprendere, mettere in discussione e sviluppare teoria e pratica nella fisioterapia.

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